La Western States Endurance Run non è una semplice gara. Se chiedi a un ultrarunner cosa rappresenti, ti parlerà di un pezzo di storia incastonato tra le montagne della Sierra Nevada. Tutto ebbe inizio nel 1974, quando Gordy Ainsleigh decise di coprire a piedi, in meno di 24 ore, il percorso della Western States Trail Ride, una storica corsa a cavallo di 100 miglia. Quello che nacque come un atto di testarda audacia individuale è diventato il punto di riferimento mondiale per il trail running. Correre qui significa calpestare sentieri che raccontano di pionieri, di cavalli, di oro e di una sfida contro se stessi che non ha eguali.
Il buio prima della luce: Michigan Bluff
Quando ho affrontato la mia Western States, sapevo che il percorso non mi avrebbe fatto sconti. Ma c’è una differenza enorme tra sapere che soffrirai e trovarsi nel mezzo di una crisi profonda.
Per circa 40 chilometri, la gara è stata un calvario di vomito e incertezza. Il corpo, che fino a quel momento aveva risposto, ha iniziato a ribellarsi. Arrivare a Michigan Bluff è stato un atto di pura volontà, un trascinarsi fisico in cui ogni passo sembrava pesare come un macigno. In quel momento, la gloria della Western States sembrava svanita; restava solo il freddo calcolo della sopravvivenza.
La rinascita: il potere del brodo
Spesso, nell’ultradistanza, il punto di rottura coincide con la rinascita. A volte basta un cambio di prospettiva, un approccio diverso, o semplicemente accettare che la strategia iniziale va cestinata.
Da Foresthill in poi, è iniziato un altro capitolo. Ho deciso di resettare tutto. Ho smesso di cercare di “mangiare” nel senso tradizionale del termine e mi sono affidato a un binomio salvifico: crackers e brodo. È incredibile come, nel caos di una crisi gastrica, il comfort di un sapore semplice possa diventare il carburante che ti riporta in vita. Ho corso chilometro dopo chilometro, con la mia borraccia Hoka saldamente in mano, nutrendomi di quel caldo conforto.
A distanza di tempo, quella borraccia è ancora lì, in un angolo del mio kit. Se la avvicini al viso, il profumo è inconfondibile: un mix di plastica e quel ricordo persistente di brodo californiano. È un odore che, per me, profuma di vittoria. Non quella del podio, ma quella conquistata quando tutto sembrava perduto.
Cosa ci insegna la Western
Essere coach non significa solo sapere come tabellare i carichi di lavoro o gestire la soglia anaerobica. Significa capire cosa succede quando la luce si spegne, quando lo stomaco si chiude e la mente vorrebbe solo fermarsi. La mia esperienza alla Western States mi ha insegnato che c’è sempre un “dopo” Foresthill. C’è sempre un modo per riprendere, a patto di avere l’umiltà di cambiare strategia e la pazienza di accettare il ritmo che il corpo, in quel momento, è disposto a sostenere.
La Western States mi ha regalato una fibbia di argento, certo, ma mi ha lasciato soprattutto una lezione: la capacità di ascoltarsi è l’arma più potente che un runner possa avere.
Se vuoi ascoltare il racconto di quella giornata, con tutti i dettagli tecnici e le emozioni di quei momenti, trovi la mia intervista completa nel podcast Buckled (abbonamento Patreon)
Ricordo ancora l’emozione di seguire la live e tifare per te pensandoti in quei luoghi di cui sapevo solo il nome, ma in qualche modo immaginavo.
Forse il fascino inspiegabile delle 100miglia è proprio questo: credi di portare a casa una manciata di chilometri e una fibbia, ma sono soprattutto l’occasione per scoprirti in profondità e per imparare a godere di tante piccole cose, come un brodo caldo della California e dei crackers, un abbraccio della crew o il supporto di sconosciuti.
Grazie del racconto! ☺️🥹