UTMB: Arrivare nel bel mezzo della crisi

Ci sono momenti, nella vita di un ultrarunner, in cui il confine tra la passione pura e la follia più lucida diventa estremamente sottile. Per me, quel confine si è materializzato negli ultimi chilometri che portano a Chamonix, al termine dell’UTMB 2023.

Erano passate 30 ore. Trenta ore in cui il tempo si era dilatato, trasformandosi in una sequenza infinita di salite, discese tecniche, luci frontali che squarciavano il buio e una stanchezza che non era più solo fisica, ma cellulare.

Il mio corpo era un meccanismo che chiedeva pietà, ma la mia mente — o quel che ne restava — era in lotta costante con la realtà. Quando sono entrato nelle vie di Chamonix, non c’era trionfo, c’era solo la gestione cruda di una crisi profonda. Ogni passo era una negoziazione: il cervello ordinava di muoversi, i muscoli rispondevano con un rifiuto categorico.

In quel preciso istante, la montagna ti spoglia di tutto. Non sei un atleta preparato, non sei un coach. Sei solo un uomo che sta cercando di arrivare in fondo a un incubo bellissimo.

Poi l’ho vista. Serena. La mia crew, il mio ancoraggio, che per 30 ore non ha solo gestito la mia logistica, ma ha custodito la mia sanità mentale. A ogni ristoro, in ogni angolo buio dove mi aspettava con un cambio maglia, un sorriso o solo un silenzio incoraggiante, lei era lì.

Quando sono riuscito a incrociare il suo sguardo tra la folla, ho preso una decisione. Non era dettata dalla ragione, ma dal bisogno disperato di uscire da quel tunnel. Dopo aver tagliato il traguardo, le ho preso le mani — o almeno ho cercato di farlo con le dita intorpidite — e le ho giurato, con la voce rotta e gli occhi persi, che questa sarebbe stata l’ultima volta.

“Mai più,” le ho detto. “Mai più una gara oltre le 24 ore.”

Lei ha sorriso, con quella calma di chi sa che un ultrarunner, quando è nel bel mezzo di una crisi, dice cose che non ricorda nemmeno di aver detto, o che comunque la passione per la fatica è un demone che non si lascia domare facilmente.

Spesso, quando prepariamo un’ultra, ci concentriamo ossessivamente sulla tabella di marcia, sul dislivello e sull’integrazione calorica. Ma come coach, ho imparato sulla mia pelle — e in quella notte a Chamonix ne ho avuto la conferma definitiva — che la crew non è un accessorio, è parte integrante della performance.

Avere una persona di fiducia al proprio fianco non serve solo a farsi porre una borraccia piena. La crew è il “regolatore termico” del tuo stato mentale. Nelle ore di buio, quando la logica viene meno e la crisi prende il sopravvento, è la crew a mantenere il contatto con la realtà. Serena non mi ha solo aiutato a gestire la logistica: ha trasformato l’incertezza in un compito da eseguire (“mangia questo”, “cambia calze”, “guarda avanti”).

Insegnare ai miei atleti a strutturare una crew efficace è tanto importante quanto insegnare loro a gestire una salita tecnica. Perché quando le gambe smettono di rispondere, è la strategia di supporto che ti permette di tagliare il traguardo. Senza il suo supporto, quella crisi avrebbe potuto essere il punto di ritiro; con lei, è diventata solo un capitolo del viaggio.

Arrivare in quello stato è brutto. Ti senti svuotato, quasi tradito dal tuo stesso corpo. Eppure, ripensandoci ora, a distanza di tempo, capisco che è proprio in quel limite, nel momento in cui “giuri” di smettere perché il dolore è troppo forte, che si scopre cosa significa davvero correre.

La crisi non è la fine. È la prova di quanto abbiamo spinto. La promessa fatta a Serena era un tentativo di proteggermi dal dolore. Ma la montagna ha il potere di farti dimenticare il buio e di farti desiderare, ancora una volta, di cercare la luce di un’altra alba tra le vette.

Sarà stata davvero l’ultima volta? Una cosa è certa: non avrei potuto affrontare quel viaggio, quella crisi e quel traguardo, senza avere una crew di fiducia al mio fianco.

Il trail running è un gioco solitario, ma è grazie a chi ci aspetta all’arrivo che riusciamo a correre ancora.

 

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